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Un anno di Raggi? Indietro tutta. E Roma si scopre ostaggio del “software” – di Antonio RAPISARDA

22 giugno 2017 | Commenti disabilitati su Un anno di Raggi? Indietro tutta. E Roma si scopre ostaggio del “software” – di Antonio RAPISARDA

Se avesse dalla sua un po’ di quella malizia tutta democristiana di un Luigi Di Maio avrebbe detto: «I voti li diamo alla fine». E invece no. Virginia Raggi si è proprio abbonata alla dissociazione tra percezione e realtà, frutto di un’ingenuità che è ormai il suo tratto caratteristico: «Direi un sette e mezzo», ha giudicato così il suo primo anno in Campidoglio. Già l’uso del condizionale – se la volessimo buttare in semiotica – rappresenta un indizio che qualche dubbio attanaglia pure lei. E non potrebbe che essere così se nel giro di soli dodici mesi la “sindaca” grillina è riuscita a dilapidare un credito mai così ampio nella storia di chi ha governato la Capitale.

Dodici mesi di cui ben sei necessari per mettere su una Giunta. Un dato, già questo, sufficiente per comprendere il tasso di improvvisazione che ha stupito persino i detrattori più accaniti, dato che nessuno si sarebbe aspettato l’incapacità di intavolare una squadra di amministratori con cui iniziare un’esperienza che, lo si sapeva almeno diversi mesi prima della vittoria, avrebbe avuto tutti i riflettori (anche quelli internazionali) puntati sopra. E invece, dal giorno dopo la vittoria-plebiscito, l’avventura Raggi è partita con assessori annunciati e scaricati davanti la porta (Andrea Lo Cicero), con il caos del capo di Gabinetto (Carla Raineri) e poi con le dimissioni dell’assessorre al Bilancio (Marcello Minenna), con le dimissioni di assessori indagati (Paola Muraro) e poi ancora con altre dimissioni (Paolo Berdini).

Già questo basterebbe per identificare un’amministrazione tutta ripiegata sui meccanismi interni, sulle faide che hanno messo l’uno contro l’altro i clan di un arcipelato grillino balcanizzato come un partito della Prima repubblica (ma senza disciplina). Il caso più grave, però, doveva ancora arrivare: la frantumazione – tra denunce, indagini e arresti – del “Raggio magico”, la war room della sindaca che ha mostrato, con la sua esplosione, alcuni vizi endemici alle amministrazioni (carriere interne con balzi in avanti da “casta”) di cui nemmeno gli apostoli “dell’o-ne-stà” si sono dimostrati immuni, ma soprattutto l’essersi dovuti affidare a un “faccendiere” come Raffaele Marra, espressione dell’opacità di chi si alimenta “della” Pubblica amministrazione, finito agli arresti e – da ex braccio destro di Virginia scaricato con l’ingenuità di cui sopra – candidato a trascinarla nel baratro, qualora il primo cittadino dovesse essere rinviato a giudizio e da qui aprire un vero e proprio caso di coscienza-politico nel Movimento.

E pensare che ancora l’argomento Roma ancora non è nemmeno stato sfiorato. Su questo Raggi, ancora una volta, l’ha presa larga: «Abbiamo in campo moltissimi progetti, stiamo piano piano cambiando tutto il sistema. Abbiamo riavviato i bandi per moltissime cose, tra cui il verde. Stiamo riavviando un po’ tutto, c’è ancora tantissimo da fare, la strada è sicuramente in salita, ma ci siamo e ce la mettiamo tutta». Siamo ancora ai “faremo”. Nel frattempo la città “del cambiamento” promesso l’anno scorso non si è accorta, soprattutto sui temi fortemente sentiti dalle fasce più deboli: trasporti, pulizia e sicurezza.

Qui la situazione è addirittura peggiorata rispetto i predecessori: le scene di degrado del caos rifiuti (con i gabbiani a banchettare sull’immondizia nel centro storico e i cumuli di spazzatura ad invadere le strade delle periferie), le condizioni precarie dei mezzi di trasporto (con gli acquisti di autobus “rivenduti” come propri, in realtà sono il lascito delle amministrazioni passate), la viabilità quotidianamente compromessa dalla quantità di buche e dalla mancanza di un piano strategico sul traffico (dov’è finito il potenziamento delle corsie preferenziali?). Per tutti questi motivi i sondaggi tra gli elettori romani hanno stroncato senza appello il primo anno di governo pentastellato: per l’inerzia e l’inefficienza rispetto alle vere emergenze, quelle percepite dal grosso dei “cittadini”.

Su Roma la sindaca ha agito con una visione a macchia di leopardo: no (ideologico) alle Olimpiadi; sì (di comodo) allo stadio della Roma, nonostante la contrarietà sbandierata in campagna elettorale. Per il resto – tra la “visione” delle tre funivie e le pacche sulle spalle sull’approvazione del bilancio di previsione (ossia di ciò che dovrebbe rappresentare un’ovvietà) – si è visto davvero poco. E nel frattempo che la Capitale continua a svuotarsi di asset e di investitori (che preferiscono sempre di più l’efficiente Milano in quanto Roma viene giudicata disordinata e “lenta”), la città viene utilizzata da Beppe Grillo – che nel frattempo ha affiancato due “tutor”, due mastini a Virginia, alla faccia dell’uno vale uno – come sparring partner per testare le mosse del Movimento in vista delle Politiche: tra l’annuncio di spazzare via i campi rom (con un Piano che ha letteralmente scandalizzato i romani per le concessioni che prevede alle famiglie rom) e la paventata stretta “spot” sull’arrivo di nuovi migranti, la Capitale d’Italia continua a essere ostaggio di un’amministrazione-software convinta di dover rispondere solo a se stessa.

 

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