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“Quale difesa per l’Italia?”

31 maggio 2012 | Commenti disabilitati su “Quale difesa per l’Italia?”

In occasione della Festa della Repubblica, la Fondazione Farefuturo presenta il rapporto “Quale difesa per la Repubblica? Sicurezza nazionale, Costituzione, scenari internazionali ed industria per la Difesa”. Uno studio curato da Paolo Quercia, con i contributi di Vincenzo Camporini, Giuseppe De Vergottini, Ferdinando Sanfelice di Monteforte, Francesco Tucci e con prefazione di Adolfo Urso,per fotografare lo scenario attuale. Forniamo di seguito una breve sintesi del rapporo e in allegato il testo integrale.

L’Italia sta entrando in una nuova fase della sua storia repubblicana. I cambiamenti del sistema politico, economico ed industriale mondiale avvenuti negli scorsi due decenni hanno profondamente modificato la grammatica delle relazioni internazionali e gli stessi loro fondamenti, mettendo in discussione il ruolo politico ed economico ricoperto dall’Italia negli scorsi cinquant’anni. La crisi economica e finanziaria internazionale obbliga a rivedere le stesse strutture vitali degli Stati, come quella della Difesa, che ha garantito con continuità e professionalità la sicurezza dell’Italia e ne sostiene il rango internazionale. La stessa Difesa italiana sta procedendo ad una riforma della massima importanza, che trasformerà in profondità le capacità operative delle Forze Armate italiane. Anche l’industria per la Difesa italiana, che rappresenta un settore d’eccellenza del Made in Italy, attraversa una fase di forti trasformazioni e sfide, tra la riduzione delle commesse Occidentali, l’affermarsi di competitori sempre più aggressivi e l’avvio di pur incompleti processi di liberalizzazione. In un tale scenario è fondamentale che l’Italia costruisca una strategia integrata per affrontare le tre trasformazioni in corso: del sistema politico e di sicurezza internazionale, del sistema di Difesa nazionale e dell’industria italiana per la Difesa. Vuol dire costruire una politica estera che comprenda una politica di sicurezza che a sua volta comprenda una politica industriale per la Difesa. Vuol dire aver ritrovato il filo dell’interesse nazionale nelle inevitabili trasformazioni del mondo globale.

L’Italia è da tempo impegnata in missioni militari fuori dei confini nazionali e ha partecipato a interventi in Jugoslavia e in Libia sicuramente caratterizzati dal ricorso a modalità belliche. Delle missioni la costituzione non parla e per quanto riguarda la guerra il citatissimo e spesso mal interpretato articolo 11 consentirebbe solo quella difensiva. Il contributo intende verificare quale sia la portata del ripudio della guerra voluto dai costituenti mettendo in risalto come nello stesso articolo 11 assuma un prevalente rilievo la previsione della partecipazione a organizzazioni internazionali dedicate alla sicurezza nel cui ambito vengono attivati gli interventi armati italiani. Ad un tempo l’articolo intende richiamare l’attenzione sulle modalità di decisione degli interventi e porre in evidenza il ruolo assunto dal Capo dello Stato in aggiunta a quello proprio del Parlamento e del Governo in quanto titolari delle determinazioni di indirizzo politico.

Il quadro della sicurezza globale non lascia intravedere l’allentarsi di tensioni che sfociano spesso in crisi cruente. Per affrontarle bisogna far ricorso a tutti gli strumenti di uno stato moderno:quelli diplomatici, quelli economici e a volte anche quelli militari. Il nostro paese non può sottrarsi al contributo degli sforzi di stabilizzazione voluti dalla comunità internazionale, ma la congiuntura economica costringerà a fare delle scelte. Le forze armate dovranno ridimensionare le strutture e gli organici, mantenendo il più possibile intatte le capacità operative, ma non potranno contare su aumenti delle risorse disponibili; è pertanto necessaria una riforma radicale, le cui basi normative sono contenute in un disegno di legge delega all’esame del parlamento. In particolare l’Aeronautica vedrà drasticamente ridotti i numeri dei velivoli a disposizione, ma potrà mantenere capacità su un ampio spettro, che avranno le caratteristiche per permettere una sperabile futura armonica integrazione con quelle degli altri paesi dell’Unione.

Particolare importanza nel nuovo quadro strategico lo avranno i gli spazi marittimi che sono da anni interessati da un fenomeno di territorializzazione. Già prima che la Guerra Fredda finisse, le Marine dell’Occidente hanno gradualmente dovuto riscoprire i loro ruoli tradizionali di Protezione del Commercio, in aggiunta a quelli di Partecipazione alle Operazioni Oltremare nonché di Tutela degli Interessi Vitali; questi ruoli impongono forze di tipo differente, anche se complementare. Si passa infatti dai sistemi di pattugliamento dei grandi spazi oceanici e dei passaggi obbligati, nei quali servono forze numerose, anche se poco sofisticate, ai moduli di proiezione di forza ad alto livello di capacità operativa, necessari sia per sostenere le operazioni oltremare, sia per calmare tensioni, specie tra paesi terzi, mediante il soccorso umanitario, la presenza e l’interposizione. Proprio la carenza di numeri, nel costituire e mantenere a lungo in operazioni lontane questi ultimi, crea la necessità di aggregazione in gruppi multinazionali di unità: la scelta se essere un “accessorio” delle altre nazioni, fornendo solo mezzi di scorta, oppure essere in grado di partecipare con pari dignità con gli altri è il principale problema da risolvere, dati gli alti costi politici della prima alternativa, che comporta di fatto il rischio che le nostre unità finiscano per salvaguardare gli interessi altrui a scapito dei nostri.

 

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