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Il “Tedeschellum” mette d’accordo Renzi, Cav e Grillo? Arriva il governo di minoranza 2.0

31 maggio 2017 | Commenti disabilitati su Il “Tedeschellum” mette d’accordo Renzi, Cav e Grillo? Arriva il governo di minoranza 2.0

Il “Tedeschellum” mette d’accordo Renzi, Cav e Grillo? Arriva il governo di minoranza 2.0

di Antonio RAPISARDA

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Se gli analisti intravedono come in Europa starebbe avanzando un po’ ovunque il cosiddetto “modello Macron”, ossia un processo di composizione verso il centro nato come offensiva di sistema contro il “terzo polo”, incarnato dalle forze populiste che insediano il bipolarismo, che cosa accade rispetto proprio a tale scenario nella “provincia” italiana? Accade che qui il cosiddetto tripolarismo – o meglio, alcuni interpreti di questo – si accorda per mantenere intatte le posizioni e perpetuare così uno scenario “spagnolo” (la non vittoria) più che agognare l’orizzonte della governabilità garantita invece, con tutte le storture del caso, dal sistema francese o dall’impianto maggioritario in generale.

È esattamente ciò che si sta determinando con il dibattito sulla legge elettorale che spinge – sotto pressione di Forza Italia e di Silvio Berlusconi in particolare – su un sistema tedesco rivisto e corretto in modo tale da rendere non determinante la vittoria relativa all’uninominale per comporre una maggioranza. Un’ipotesi, questa, che prevede – caso unico in Europa – il ricorso ex ante a una “grande coalizione”: eventualità che, secondo certa lettura mainstream, si presenterebbe per frenare la corsa dei populismi, rappresentati qui dal Movimento 5 Stelle ma anche da Lega Nord e Fratelli d’Italia. In realtà, invece, tutto ciò maschera, eppure male, l’intima debolezza delle pur personalizzate leadership di questa prima fase di Terza Repubblica.

La responsabilità maggiore del pasticcio che si profila all’orizzonte è di Matteo Renzi. Divenuto ormai un “nichilista creativo”, l’ex rottamatore, dopo la sconfitta del 4 dicembre, dove è crollato l’intero impianto teleologico del renzismo, sembra ossessionato solo dal ritorno al punto esatto in cui si è infranto il suo “cambio di verso”. Colpevole di non aver saputo comporre una legge elettorale “costituzionalmente corretta” e di non avere previsto con ciò una via d’uscita per il Paese dopo il referendum istituzionale, l’ex premier dal suo rientro come leader democrat non ha elaborato alcun tema nuovo, nessuna ricetta. Ha solo portato a termine l’operazione di decostruzione e rigenerazione del Pd a sua immagine (il PdR), favorendo la fuoriuscita degli ex della “ditta”, e fissato un orizzonte spazio-temporale: il suo ritorno, al più presto, a palazzo Chigi.

Silvio Berlusconi è il partner perfetto per effettuare questa road-map. Quasi certo che i tempi della Corte di Strasburgo si allungheranno oltremisura, incalzato da un alleato come Matteo Salvini che non ha intenzione di riconoscergli alcun dovere di corvée, irritato dall’eventuale ritorno alle preferenze bisognoso com’è di controllo sui suoi gruppi parlamentari, il Cavaliere ha sacrificato la cosiddetta unità del centrodestra sull’altare della (propria) centralità. Intuito il possibile “asse generazionale” tra Renzi e Salvini, si è inserito a modo suo assicurando al leader del Pd una spalla affidabile (Berlusconi non può dire lo stesso del contrario) sulla legge elettorale “armonizzata” alla tedesca lanciando così la sua porzione di eletti come riserva speciale per il prossimo governo di responsabilità nazionale.

Rispetto a tutto questo la vera sorpresa sta nell’atteggiamento del Movimento 5 Stelle che, magicamente, per la prima volta sostiene di voler essere della partita a cominciare da una proposta degli “altri” (in questo caso di Forza Italia). Con una giravolta delle sue, infatti, Beppe Grillo ha imboccato gli iscritti sul modello tedesco: non si parla più di difesa del proporzionale puro, l’unico vero sistema – secondo i pentastellati – che garantiva reale rappresentatività. Anche loro, poi, “sedotti” sulla via del premio di maggioranza, a maggior ragione se l’impossibilità che lo si raggiunga determini di per sé la possibilità di un nuovo “Nazareno” tra Renzi e Berlusconi e disegni una comoda posizione di opposizione perenne (stile vecchio Pci) al Movimento. Un’exit strategy perfetta per Grillo che, dopo il caos Roma, sa bene che una possibile vittoria di Di Maio & co significherebbe una condanna esecutiva per il Movimento.

Altro che Macron italiani, dunque. È l’orizzonte della stasi, in verità, la guerra di posizione, quella che accompagna il confronto sulla legge che sulla carta dovrebbe regalare ai cittadini un governo certo (conquista, forse l’unica, della Seconda Repubblica) e che invece riporta le lancette alla Prima Repubblica, in questa versione 2.0 dei “governi di minoranza”: caso unico in Italia, questo che si paventa, di due minoranze “avversarie” che concordano una legge che non permetterà altro che l’accordo post-elezioni. E con una terza minoranza che, invece di lottare, gode nel restare fuori dalla partita.

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