Farefuturofondazione

Farefuturofondazione

Sito ufficiale

Il Paese sempre più ostaggio dell’ossessione di Renzi per il “particulare” – di Antonio RAPISARDA

3 luglio 2017 | Commenti disabilitati su Il Paese sempre più ostaggio dell’ossessione di Renzi per il “particulare” – di Antonio RAPISARDA

Uno dei luoghi comuni della narrazione politica – esploso negli anni della crisi tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini e alimentato poi dalla frammentazione rapida del Pdl – vuole che sia stato il centrodestra il fattore di “destabilizzazione” del sistema politico italiano: ossia che la mancanza di un fronte conservatore con delle regole interne, con una proposta di governo che non coincidesse con gli interessi del suo leader, con l’interesse generale al centro dunque, abbia contribuito pesantamente allo squilibrio e all’impossibilità di una democrazia dell’alternanza compiuta e matura. Tesi, questa, che emergeva – non senza qualche spunto di oggettiva verità – soprattutto nelle analisi erudite di Eugenio Scalfari, nei dossier di Micromega e negli strali dei professori (tra cui Stefano Rodotà) che benedicevano ogni intervento extra-nazionale (dalla Commissione europea alla Bce) pur di liberare il Paese dall’“anomalia” berlusconiana.

Fa specie, ai critici di allora, vedere allora come oggi sia proprio il prodotto ultimo di quell’opposizione a rappresentare l’elemento “perturbante” – per dirla con Freud – dell’intero quadro politico, con esiti che hanno già evidenziato la pericolosa coazione a ripetere gli stessi errori da parte di Matteo Renzi. Già, è il segretario del Pd, oggi, il vero fattore di “stallo” politico del Paese. Più del Movimento 5 Stelle, soggetto che fa della “non vittoria” il proprio orizzonte e che quindi ha bisogno (come è avvenuto alle Europee e adesso alle Amministrative) di stop & go per rendere fluido il meccanismo binario di partito di lotta e di governo.

È Renzi il fattore destabilizzante perché tutta l’ultima stagione si è giocata sulle corde (spezzate) della sua faustiana ossessione per l’affermazione di sé, sopra ogni mediazione (paradigma sacro per la sinistra) e ogni calcolo delle opportunità per non dire dei costi-benefici (lezione di realismo tutta Dc). I più smaliziati lo avevo già compreso dal killeraggio ordito ai danni di Enrico Letta che il rottamatore avrebbe sacrificato qualsiasi cosa sull’altare d’ingresso a palazzo Chigi. E se #Enricostaisereno ha rappresentato il passpartout con il quale Renzi qualificato lo “stile Underwood” della sua andatura e il patto del Nazareno con Berlusconi la mancanza totale di freni inibitori, la ritirata – sorta dopo la grande sconfitta del referendum costituzionale – non si è risolta come un viaggio al termine della notte ma esclusivamente un’uscita tattica (molto) temporanea.

Il punto è che nel giro di meno tre anni Renzi ha dilapidato non tanto il consenso elettorale (il Pd si oscilla un po’ sopra le percentuali raggiunte nel 2013 da Bersani, è siderale ormai il 41% delle Europee) quanto la carica di novità rappresentata dalla sua newco. Non solo ha “isolato” un partito che viene infilzato da tutte le opposizioni – come è risultato evidente in queste Amministrative – ma sta alimentando un “nemico a sinistra” animato non più dai residui del post e del neocomunismo ma proprio dai padri nobili dell’Ulivo e del Pd a vocazione maggioritaria – rispettivamente Romano Prodi, Walter Veltroni – e dallo stesso asso nella manica – Giuliano Pisapia – che avrebbe dovuto rappresentare con la sua proposta civica a sostegno del Pd, secondo Renzi, la “kriptonite” per la sinistra di opposizione.

Rottamato dal suo stesso referendum, incapace di “premialità” (ossia di un minimo di dibattito) per la sinistra Pd che è rimasta fedele al partito, troppo spregiudicato nel chiudere prima della blindatura sul Tedescum l’intesa con i centristi di Alfano senza aver chiarito ruolo e funzione di Pisapia, Renzi si ritrova oggi con un Pd probabile primo partito ma senza connessione sentimentale con il popolo di sinistra che al secondo turno delle comunali ha preferito rimanere a casa. Il rinvio del dibattito parlamentare sulla legge elettorale (voluto dal Pd), poi, ha confermato il tatticismo del segretario che ha svelato tutta l’ansia di rientrare da premier a discapito di ogni principio di linearità: un giorno il nuovo “inciucellum” con Berlusconi, il giorno dopo la batosta elettorale la corte spudorata a Pisapia, il giorno dopo ancora un Nazareno implicito dopo il voto, per esclusione. Torna, quindi, la stessa accusa che si muoveva all’ex leader del centrodestra Berlusconi: la sovrapposizione degli interessi personali su quelli generali. Il trionfo del “particulare” di Guicciardini, insomma: rivisto e corretto ai tempi del Renzusconi.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone