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Costruiamo la casa comune degli italiani

Costruiamo la casa comune degli italiani

 
 

di: Gianfranco Fini

 
L’esperienza politica del 2009 ci ha ricordato, tra tante altre cose più o meno belle e più o meno brutte, che le parole possono essere pietre, se utilizzate in modo irresponsabile e se tese a delegittimare l’avversario. In tali casi, non c’è da assegnare vittorie, perché a rimetterci sono tutti, dal momento che a risultaresconfitta è in primo luogo la politica in quanto tale, che subisce un arretramento. Quando il dibattito pubblico scade nella bagarre, a soffrirne è innanzi tutto il paese, che non scorge prospettive di soluzione ai suoi problemi e che vede intaccate le sue riserve di fiducia, in se stesso e nelle istituzioni. Ma, fortunatamente, l’anno appena trascorso ci ha contemporaneamente insegnato che le parole della politica possono anche essere mattoni, nel senso che possono essere dirette a costruire un nuovo e più civile sistema di relazioni; nel senso che possono essere utilizzate per elevare il tono del dibattito pubblico; nel senso che possono esprimere in modo nuovo, originale, più in sintonia con la realtà sociale, le domande, le ansie e le aspirazioni che attraversano in profondità l’Italia. Ed è con questi mattoni che si può e si deve ricostruire la casa comune degli italiani.Dico “si può”, perché il buon senso degli edificatori è tendenzialmentemaggioritario rispetto alla frenesia dei demolitori. Dico “si deve”, perché viviamo in un mondo, altamente competitivo, che non fa sconti a nessuno, men che meno ai paesi incapaci di sfruttare al meglio le loro risorse, e ciò innanzi tutto a causa della loro difficoltà a trovare coesione e a risolvere i loro conflitti interni. Nuove parole sono quindi entrate (o sono state riscoperte) nel dibattito politico. Provo ad enumerarne alcune: patriottismo repubblicano, cittadinanza di qualità, integrazione, laicità positiva, patto generazionale, patto di cittadinanza, cultura della legalità, sussidiarietà, green economy. Tante altre possono essere naturalmente ricordate: mi limito a quelle che corrispondono a princìpi, linee guida e valori adatti a rinnovare la cultura politica diffusa. Aggiungo anche che non tutte queste espressioni sono “nuove” , nel senso che non tutte sono state coniate recentemente. Il patriottismo repubblicano richiama ad esempio una lunghissima tradizione. Ci riporta non solo a Mazzini, ma, ben più indietro, agli scrittori politici del XVI secolo. Ci riporta a Niccolò Machiavelli, Donato Giannotti, Francesco Guicciardini. Tale espressione ci ricorda comunque una circostanza importante, che purtroppo è stata sempre poco sottolineata dalla storiografia del nostro paese e che oggi andrebbe invece riscoperta: il repubblicanesimo rappresenta uno dei contributi più rilevanti che il pensiero politico italiano ha fornito all’Europa moderna. Una delle vocazioni storiche del nostro Paese è quella di “esportare” idee. Le parole possono essere pietre, ma anche mattoni per costruire un nuovo sistema di relazioni.
Al dunque, la “novità” di queste espressioni non consiste nell’originalità della composizione lessicale, che talvolta, anzi, può essere associata a un vuoto di contenuti e di significati. No, la “novità” sta nel fatto stesso che tali parole si dimostrano idonee a costruire nonché a interpretare, richiamando i princìpi fondamentali della democrazia liberale, la capacità della politica di affrontare le inedite sfide del nostro tempo. È così che la “novità” può creare tra i cittadini un consenso vero, solido, profondo e durevole. Perché questo è in definitiva il grande problema italiano dell’attuale stagione storica: la sostanziale fragilità del consenso, che ha bisogno di essere costantemente “drogato” attraverso invettive, insulti, attacchi esagerati; “drogato” attraverso la rappresentazione della scena politica come un campo di battaglia in cui si affrontano il Bene e il Male; “drogato” attraverso la descrizione dell’Italia come un paese perennemente all’ultima spiaggia. Non è solo, banalmente, una mancanza di bon ton o di nervi saldi. È, ben più in profondità, un problema di debolezza della classe dirigente, come ha ben fotografato l’ultimo Rapporto del Censis. Tale debolezza si rivela principalmente nell’incapacità della cultura politica apparentemente prevalente (per pigrizia o sfiducia) di essere fattore unificante per la società. Abbiamo naturalmente il dovere di guardare alla parte piena del bicchiere mezzo vuoto e considerare l’evoluzione comunque compiuta dalla democrazia italiana rispetto ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica. E tra i risultati conseguiti spicca indubbiamente la conquista del bipolarismo. Il punto è che il bipolarismo italiano è affetto da un sorta di sindrome da insufficiente crescita. E dire che l’attuale legislatura era partita sotto ben altri auspici. Non a caso si parlava ad esempio di “legislatura costituente”. Ma poi l’Italia politica è tornata allo spirito fortemente conflittuale del passato. Il mio auspicio è che gli ostacoli al dialogo vengano rimossi e chi si ritorni al più presto a uno spirito di confronto costruttivo, in modo particolare nel campo delle riforme istituzionali. Indipendentemente da quella che sarà l’evoluzione dei prossimi mesi, ritengo comunque fondamentale consolidare l’opera di rinnovamento della cultura politica. I mattoni utilizzati per costruire dovranno pian piano soppiantare le pietre usate per demolire e offendere. So bene che è un lavoro complesso. In fondo, demolire è più facile che costruire: a distruggere ci vuole un attimo; a edificare ci vogliono viceversa molto tempo e molta pazienza. Ma occorre insistere, perché altra strada non c’è, se vogliamo assicurare un futuro di coesione, prosperità e modernità al nostro paese.
 
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