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Dopo lo stop al Fianum ecco come (e dove) avanza il virus del “Nichilistellum” di Antonio RAPISARDA

9 giugno 2017 | Commenti disabilitati su Dopo lo stop al Fianum ecco come (e dove) avanza il virus del “Nichilistellum” di Antonio RAPISARDA

È il “Nichilistellum”, la gara alla rinuncia, il vincitore morale e politico di questa folle primavera di “amorosi intenti” franati – senza troppi rimpianti dall’azionista di maggioranza – alla prima litigata ufficiale. O alla prima scusa. L’emandamento Biancofiore, una norma di buon senso e di giustizia nei confronti degli italiani dell’Alto Adige (con un Pd sotto ricatto da parte dei tipi del Sudtiroler Volkspartei), ha solo dato un comodo appiglio a chi, come hanno confessato a chi scrive diversi parlamentari in queste ore, avrebbe messo comunque a repentaglio il Tedescum sulle questioni centrali: preferenze e voto disgiunto su tutto. Ossia due punti che avrebbero reso la riforma delle legge elettorale più simile al modello tedesco e più vicina alle reali esigenze del corpo elettorale ma più distante e incontrollabile ai capibastone dell’accordo.

Non è un caso che sia finita con un nulla di fatto che riporta la pedina della riforma un’altra volta al punto di partenza, in un gioco dell’oca che sta pericolosamente avanzando fino alla dead line di dicembre. Data nella quale toccherà al Capo dello Stato Sergio Mattarella, nel caso, intervenire invitando il governo ad attuare per decreto quella “armonizzazione” delle due leggi varate dalla Consulta: ciò significherebbe un’autosconfessione del ruolo del Parlamento mai vista, per lo meno in queste dimensioni e in questa “trasversalità”, nella storia repubblicana.

Alla fine, almeno ad oggi, hanno vinto l’incapacità e la ricuncia dei leader dei principali partiti di fare sistema al rialzo: di non saper accettare la sostanziale implosione del sistema bipolare né di accettare serenamente la regola del tripolarismo. Tutto questo accade mentre domenica si voterà per le Amministrative proprio con un sistema “maggioritario” spinto (ebbene sì, in Italia!): ossia chi ha più voti o vince o, se non sufficienti, va al ballottaggio. E se ha più voti anche lì governa: tessendo alleanze o “tranciato” dall’intesa tra gli altri concorrenti. Una regola semplice, non perfetta ma che garantisce la governabilità e che soprattutto lo stesso Matteo Renzi sosteneva a suon di strali ai tempi del “sindaco d’Italia”.

Prima, cioè, di incartarsi nella complicata e dissenata stagione del patto del Nazareno, condita dal tentativo di frenare “per legge” il Movimento 5 Stelle (sul modello francese, perfettamente funzionante contro il Front National): tentativo che ha partorito, guarda un po’, l’Italicum “per una sola Camera” – l’ennesima legge scritta male, pensata per l’immediato e cassata per tutto questo dalla Corte Costituzionale – e la sfida faustiana del referendum costituzionale, con i risultati disastrosi non solo per l’ex premier ma per la credibilità del sistema politico del Paese già guardato con (interessato) pregiudizio da partner europei e mercati.

Davanti a tutto questo – e sfruttando le difficoltà dei 5 Stelle messi alla prova dei fatti, come a Roma – le forze che dovrebbero comporre il cosiddetto centrodestra avevano l’occasione per rilanciare non tanto uno sterile percorso unitario pro-elezioni quanto una seria proposta in difesa di quella vocazione maggioritaria che ha garantito un minimo di alternanza e di competizione interna agli schieramenti. Un’occasione che poteva confortata dai sondaggi, che continuano a dare il blocco dei tre partiti come primo schieramento del Paese, e dalle alleanze di proposta costruite in tante città in vista delle elezioni comunali di domenica.

Si sa, invece, com’è andata. Silvio Berlusconi ha preferito ancora una volta smantellare il percorso di riavvicinamento che lui stesso diceva di voler intraprendere – consapevole com’era che avrebbe dovuto cedere qualcosa ai due “sovranisti” in termini di leadership o di regole di selezione (primarie) – ritornando al Nazareno con Renzi che, ancora una volta, ha rotto il patto a suo piacimento. Anche Matteo Salvini, dopo la conferma alla segreteria della Lega, ha preferito la corsa solitaria e la “veloce” monetizzazione che avrebbe dal Tedescum invece che rafforzare l’asse generazionale e politico con Giorgia Meloni. Due scelte spregiudicate (e in politica ci sta, per carità) che non hanno fatto i conti, però, con la proverbiale inaffidabilità di Matteo Renzi. Due scelte che indeboliscono proprio lo schieramento che potrebbe risultare molto rafforzato dalle Amministrative, l’ultimo step prima delle Politiche. Non c’è che dire: un vero capolavoro…

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