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Tutti i post della categoria "Convegni".

Legge Fiano, ius soli e “agenda Repubblica”: la nuova “dettatura”? – di Antonio Rapisarda

Storicizzare. Fare pace con la storia. Comporre un racconto nazionale, senza omissioni o “parentesi” crociane, nel senso di Benedetto Croce. Dovrebbero essere questi i punti a, b e c di una moderna democrazia che governa una società spigliata e smaliziata se non completamente pacificata. I punti di una comunità che avendo composto architettonicamente alcuni contrafforti, avendo sedimentato nel proprio terreno alcune proprietà nutritive come le historiae, è pronta a tutelare se stessa con quello che si chiama l’idem sentire, con l’ammonizione sociale, non con la repressione delle opinioni, gli spauracchi e la caccia alle streghe.

Ecco, la proposta di Emanuele Fiano sull’introduzione di nuove norme per sanzionare l’apologia di fascismo, è frutto proprio di questi punti mancati ed elusi: del pessimo rapporto che molti italiani hanno con la storia ma soprattutto di un uso politico, arbitrario, elettorale di questa. Fatto ancora più grave, poi, è che la maturazione di alcuni principi fosse più chiara negli anni immediatamente successivi alla guerra che oggi: a un Togliatti che favoriva l’amnistia per i fascisti (quelli che la guerra l’avevano fatta realmente), a uno Stato che difendeva la memoria storica del “fascismo di pietra” (ossia la grande opera di urbanizzazione del Ventennio), corrisponde oggi chi invoca – come il Pd – misure di controllo da psicopolizia orwelliana in assenza, oggettiva, di fascismo e rigurgiti iconoclastici sui momunenti fascisti, come ventilato ancora una volta dal presidente della Camera, Laura Boldrini. Tutto questo nei giorni in cui ad Asmara, la “piccola Roma” in Eritrea, le architetture del regime diventano patrimonio dell’Umanità come stabilito dall’Unesco. Ma tant’è. Continua la lettura →

Centrodestra “modello Amministrative”? Spunti per una ricetta governista – di Federico Cartelli

Le elezioni amministrative hanno premiato, per certi versi in modo inaspettato, il centrodestra. Questa vittoria impone, ora, un cambio di marcia e mette di fronte a nuove responsabilità un’area politica che, negli ultimi anni, non ha certo brillato per coesione e capacità di compattarsi dinanzi ai deliri del grillismo e al vuoto storytelling di Matteo Renzi. Le numerose affermazioni a livello comunale hanno dimostrato che se il centrodestra antepone ai personalismi la creazione un’alternativa programmatica credibile e, non di meno, la selezione di candidati autorevoli ancorati al proprio territorio, gli elettori sanno ancora riconoscere la bontà di un’offerta politica. Tuttavia, la politica non è un gioco a somma zero

Per replicare il successo delle amministrative, non basterà semplicemente mettere in fila simboli, nomi, numeri. Che il centrodestra unito – ovvero un fronte più ampio possibile, senza preclusioni per Stefano Parisi e Raffaele Fitto – abbia la vittoria a portata di mano anche alle elezioni nazionali è un dato di fatto: molto più complesso, però, è creare le condizioni necessarie affinché ciò avvenga. La premessa imprescindibile per raggiungere l’obiettivo è ristabilire un clima costruttivo e di fiducia: porre fine alle ambiguità sulle alleanze e sul rapporto con questa maggioranza di governo, e smettere di cercare avversari all’interno dello stesso centrodestra. Gli avversari sono fuori da questo perimetro: sono il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico. Silvio Berlusconi non faccia l’occhiolino a Renzi, e Matteo Salvini non cada nell’errore di rincorrere – quasi per ripicca – Beppe Grillo. E’ evidente il logoramento prodotto da questi egoismi che si traducono spesso in duelli verbali fatti di dichiarazioni al veleno; ed ancora più evidente è la cortina di ferro che divide idealmente i popolari dai sovranisti. Il problema, dunque, è come trovare una sintesi tra queste due anime apparentemente inconciliabili. Continua la lettura →

Il Paese sempre più ostaggio dell’ossessione di Renzi per il “particulare” – di Antonio RAPISARDA

Uno dei luoghi comuni della narrazione politica – esploso negli anni della crisi tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini e alimentato poi dalla frammentazione rapida del Pdl – vuole che sia stato il centrodestra il fattore di “destabilizzazione” del sistema politico italiano: ossia che la mancanza di un fronte conservatore con delle regole interne, con una proposta di governo che non coincidesse con gli interessi del suo leader, con l’interesse generale al centro dunque, abbia contribuito pesantamente allo squilibrio e all’impossibilità di una democrazia dell’alternanza compiuta e matura. Tesi, questa, che emergeva – non senza qualche spunto di oggettiva verità – soprattutto nelle analisi erudite di Eugenio Scalfari, nei dossier di Micromega e negli strali dei professori (tra cui Stefano Rodotà) che benedicevano ogni intervento extra-nazionale (dalla Commissione europea alla Bce) pur di liberare il Paese dall’“anomalia” berlusconiana.

Fa specie, ai critici di allora, vedere allora come oggi sia proprio il prodotto ultimo di quell’opposizione a rappresentare l’elemento “perturbante” – per dirla con Freud – dell’intero quadro politico, con esiti che hanno già evidenziato la pericolosa coazione a ripetere gli stessi errori da parte di Matteo Renzi. Già, è il segretario del Pd, oggi, il vero fattore di “stallo” politico del Paese. Più del Movimento 5 Stelle, soggetto che fa della “non vittoria” il proprio orizzonte e che quindi ha bisogno (come è avvenuto alle Europee e adesso alle Amministrative) di stop & go per rendere fluido il meccanismo binario di partito di lotta e di governo. Continua la lettura →

Un anno di Raggi? Indietro tutta. E Roma si scopre ostaggio del “software” – di Antonio RAPISARDA

Se avesse dalla sua un po’ di quella malizia tutta democristiana di un Luigi Di Maio avrebbe detto: «I voti li diamo alla fine». E invece no. Virginia Raggi si è proprio abbonata alla dissociazione tra percezione e realtà, frutto di un’ingenuità che è ormai il suo tratto caratteristico: «Direi un sette e mezzo», ha giudicato così il suo primo anno in Campidoglio. Già l’uso del condizionale – se la volessimo buttare in semiotica – rappresenta un indizio che qualche dubbio attanaglia pure lei. E non potrebbe che essere così se nel giro di soli dodici mesi la “sindaca” grillina è riuscita a dilapidare un credito mai così ampio nella storia di chi ha governato la Capitale.

Dodici mesi di cui ben sei necessari per mettere su una Giunta. Un dato, già questo, sufficiente per comprendere il tasso di improvvisazione che ha stupito persino i detrattori più accaniti, dato che nessuno si sarebbe aspettato l’incapacità di intavolare una squadra di amministratori con cui iniziare un’esperienza che, lo si sapeva almeno diversi mesi prima della vittoria, avrebbe avuto tutti i riflettori (anche quelli internazionali) puntati sopra. E invece, dal giorno dopo la vittoria-plebiscito, l’avventura Raggi è partita con assessori annunciati e scaricati davanti la porta (Andrea Lo Cicero), con il caos del capo di Gabinetto (Carla Raineri) e poi con le dimissioni dell’assessorre al Bilancio (Marcello Minenna), con le dimissioni di assessori indagati (Paola Muraro) e poi ancora con altre dimissioni (Paolo Berdini).

Già questo basterebbe per identificare un’amministrazione tutta ripiegata sui meccanismi interni, sulle faide che hanno messo l’uno contro l’altro i clan di un arcipelato grillino balcanizzato come un partito della Prima repubblica (ma senza disciplina). Il caso più grave, però, doveva ancora arrivare: la frantumazione – tra denunce, indagini e arresti – del “Raggio magico”, la war room della sindaca che ha mostrato, con la sua esplosione, alcuni vizi endemici alle amministrazioni (carriere interne con balzi in avanti da “casta”) di cui nemmeno gli apostoli “dell’o-ne-stà” si sono dimostrati immuni, ma soprattutto l’essersi dovuti affidare a un “faccendiere” come Raffaele Marra, espressione dell’opacità di chi si alimenta “della” Pubblica amministrazione, finito agli arresti e – da ex braccio destro di Virginia scaricato con l’ingenuità di cui sopra – candidato a trascinarla nel baratro, qualora il primo cittadino dovesse essere rinviato a giudizio e da qui aprire un vero e proprio caso di coscienza-politico nel Movimento. Continua la lettura →

Nello Musumeci “presidente”? La start up del centrodestra per le Politiche – di Fernando Massimo Adonia

E se fosse Nello Musumeci l’uomo capace non solo di riunire il centrodestra in Sicilia ma di tirare la volata alla coalizione in vista delle Politiche? In fondo, e lo si è visto anche alle ultime Amministrative, dove il vecchio Polo sa fare quadrato, i risultati sono a portata di mano. Lo dice l’alto numero di candidati sindaco approdati al ballottaggio. Lo dicono i sondaggi. Lo dice persino il buon senso: che da solo non guasta. L’ultimo passaggio amministrativo, che ha visto riassestare il Paese verso un più classico bipolarismo, ricalibrando di fatto le velleità dei Cinque Stelle nella corsa per Palazzo Chigi, consegna l’ennesimo ripasso di una lezione che dovrebbe essere già metabolizzata da tempo e a tutte le latitudini: esiste una vasta area elettorale, seppur silenziosa, che non si riconosce affatto nelle ricette del Partito democratico e nei sorrisi di Matteo Renzi. Il caso Genova ha dimostrato che il cosiddetto “modello Toti” funziona e bene. Ancora più netto è l’esempio veronese: dove il centrodestra ha dato prova di saper governare – l’esperienza di Luca Zaia è in tal senso significativa – non c’è spazio per improbabili fughe al centro.

Il difficile è semmai proiettare queste due formule prima nell’Isola e poi su tutto il territorio nazionale. Sì, perché il primo scoglio da superare è proprio quello siciliano. Il centrodestra deve ridare forma e determinazione alla coalizione e irrobustirla con una buona dose di coerenza strategica. Se la tornata di giugno ha fatto emergere come l’ex Polo gode di buona salute anche in piazze storicamente rosse della Toscana e dell’Emilia, in quel di Palermo si è manifestato un fattore anomalo e del tutto autodistruttivo. Ovvero duplice la tentazione assai cervellotica di non metterci la faccia e di lasciarsi affascinare dalle suggestioni quasi mistiche suscitate dal ritorno in campo degli “impresentabili”. La scorciatoia di sostenere l’ex Pd Fabrizio Ferrandelli alla carica di primo cittadino, con tanto di benedizione personale di Totò Cuffaro, ha prodotto soltanto la quinta elezione di Leoluca Orlanda e lo spacchettamento della coalizione su candidati risultati inaffidabili. Roba che peggio di così non poteva andare. Continua la lettura →

Dopo lo stop al Fianum ecco come (e dove) avanza il virus del “Nichilistellum” di Antonio RAPISARDA

È il “Nichilistellum”, la gara alla rinuncia, il vincitore morale e politico di questa folle primavera di “amorosi intenti” franati – senza troppi rimpianti dall’azionista di maggioranza – alla prima litigata ufficiale. O alla prima scusa. L’emandamento Biancofiore, una norma di buon senso e di giustizia nei confronti degli italiani dell’Alto Adige (con un Pd sotto ricatto da parte dei tipi del Sudtiroler Volkspartei), ha solo dato un comodo appiglio a chi, come hanno confessato a chi scrive diversi parlamentari in queste ore, avrebbe messo comunque a repentaglio il Tedescum sulle questioni centrali: preferenze e voto disgiunto su tutto. Ossia due punti che avrebbero reso la riforma delle legge elettorale più simile al modello tedesco e più vicina alle reali esigenze del corpo elettorale ma più distante e incontrollabile ai capibastone dell’accordo.

Non è un caso che sia finita con un nulla di fatto che riporta la pedina della riforma un’altra volta al punto di partenza, in un gioco dell’oca che sta pericolosamente avanzando fino alla dead line di dicembre. Data nella quale toccherà al Capo dello Stato Sergio Mattarella, nel caso, intervenire invitando il governo ad attuare per decreto quella “armonizzazione” delle due leggi varate dalla Consulta: ciò significherebbe un’autosconfessione del ruolo del Parlamento mai vista, per lo meno in queste dimensioni e in questa “trasversalità”, nella storia repubblicana. Continua la lettura →