Farefuturofondazione

Farefuturofondazione

Sito ufficiale

Collane Editoriali – Interventi

Tutti i post della categoria "Collane Editoriali – Interventi".

La fine di un mito

 Nell’ambito di una nuova civiltà che annuncia il futuro, il significato della parola “politica” cambia in maniera sostanziale. I politici amministrano, distruggono, fanno le guerre, ma non inventano il futuro. “Oggi è politica internet, ma anche YouTube, sono politica le PlayStation su cui si formano milioni di giovani, sono politica le canzonette che trasmettono valori, il diffondersi delle droghe, i talk show, anche i più sciocchi”. Lo afferma Alberoni nell’introduzione, i mille nuovi strumenti che consentono di ideare il futuro. Sabino Acquaviva esamina gli elementi di questa diversa maniera di costruire, gestire e governare il mondo, frutto della trasformazione della società. Siamo di fronte a una realtà nuova: per comprenderla è illogico riferirsi alle categorie tradizionali di destra e sinistra, ormai vecchie, ammuffite, inutili. La politica reale è diventata un’altra cosa. Farla, parlarne, scrivrne ci costringe anche a pensarla diversamente.

La destra nuova

destra_nuova_int

 Sarkozy in Francia, Cameron in Gran Bretagna, Reinfeldt in Svezia, Fini in Italia. Da qualche anno, una destra nuova s’aggira per l’Europa: né statalista né liberista, né conservatrice né populista, ma pragmatica, postideologica e modernizzatrice, rispettosa delle proprie radici culturali ma aperta alle sfide del futuro, interessata a conciliare l’autorità dello Stato con la responsabilità individuale, la sicurezza con la libertà, la tradizione con il progresso. Una destra, come l’ha definita Sarkozy, immaginativa, generosa, aperta, sensibile all’ecologia, ai diritti civili, alle problematiche del mondo del lavoro, al tema della cittadinanza. Scopo di questo volume è proprio quello di illustrare, in chiave comparativa, alcuni dei cambiamenti – sul piano culturale, politico, organizzativo e programmatico – che negli ultimi tempi, grazie all’ascesa di nuovi leader, si sono registrati all’interno della tradizionale famiglia delle destre europee occidentali.

Un’italiana alla frontiera

 Chissà cosa penserebbe il nonno, arrivato dalla Campania nel nuovo mondo all’inizio del Novecento, nel vederla membro dell’Amministrazione degli Stati Uniti d’America. E chissà cosa penserebbe sapendo che il suo compito principale, una volta occupata la scrivania di capo del Dipartimento di Sicurezza Interna, sarà gestire l’immigrazione. Non a caso Janet Napolitano è stata fino a pochi giorni fa governatrice dell’Arizona, lo Stato del Gran Canyon, ma anche del lungo confine con il Messico, violato quotidianamente dai clandestini.

Janet non è nata nel West, però: è nata a New York nel 1957, ha fatto il liceo ad Albuquerque (il padre Leonard era preside della facoltà di Medicina all’Università del New Mexico), poi si è laureata in legge a Santa Clara in California e si è specializzata in Virginia. Solo dopo la fine degli studi si trasferisce in Arizona, dove inizia a praticare come avvocato nello studio privato Lewis and Roca di Phoenix, la capitale dello Stato. È una delle pratiche che si trova sul tavolo, nel 1991, a portarle la notorietà: deve difendere una professoressa nera, Anita Hill, che ha denunciato il giudice della Corte Suprema Clarence Thomas per molestie sessuali. Il caso appassiona gli americani e la Napolitano diventa un personaggio pubblico, aderisce al Partito Democratico, contribuisce alla campagna elettorale di Bill Clinton e il presidente la nomina procuratore distrettuale dell’Arizona.
Nel 2000 il salto in avanti: parla alla convention di Los Angeles, con il volto a tratti sofferente per i postumi dell’operazione che ha subìto tre settimane prima per combattere un cancro al seno. Due anni dopo, la grande sfida. Si candida alla guida dell’Arizona e vince, seppure di un soffio, succedendo così ad un’altra donna, la repubblicana Jane Dee Hull. Passano altri due anni, e subito dopo averla sentita parlare alla convention di Boston, in molti la vogliono vice del candidato alla presidenza con John Kerry; la scelta cade su John Edwards e i democratici si ritrovano, contro ogni aspettativa, sconfitti.

Ma per Janet la strada è in discesa: la rivista Time la mette fra i migliori cinque governatori degli States, i suoi colleghi della National Governors Association la scelgono come loro presidente per il 2006, i suoi concittadini la rieleggono per un secondo mandato e questa volta lo stacco con l’avversario è molto più corposo (circa il 16% in più di voti). Poi, inizia la stagione delle infinite primarie per le presidenziali. Janet scende in campo da subito, e si schiera con il giovane Obama, nonostante la sua carriera fosse iniziata grazie a Bill e a Hillary. Come ricompensa, il neopresidente le regala un incarico pesante nel suo Gabinetto. Il posto di segretario per la Sicurezza Interna è stato creato da Bush pochi giorni dopo l’11 settembre, per gestire l’emergenza terrorismo con competenze strappate ad altri dipartimenti (guarda costiera, parte dei servizi segreti, polizia di frontiera, Fema), ma è quasi certo che con questi poteri la Napolitano deciderà di occuparsi prevalentemente di immigrazione, lasciando ad altri il compito di combattere Al Qaeda.
La sua esperienza in materia è fuori discussione, ed è per come si accosta al problema che tra i democratici è considerata una “dura”. Non tutti i suoi compagni di partito l’hanno sostenuta quando ha deciso di chiudere le frontiere del suo Stato con il Messico, né l’hanno appoggiata quando ha chiesto l’intervento della Guardia Nazionale per controllare i confini (primo governatore a farlo). Quando era necessario, però, non ha esitato ad opporsi alle proposte più estremiste dei Repubblicani (che pure la stimano apertamente), compreso il “muro” anti-immigrati nel deserto, voluto fortemente da Bush, o il divieto per i clandestini di accumulare contributi, preferendo avviare invece una durissima lotta contro le aziende che assumono immigrati irregolari. Anche importanti esponenti della comunità latina hanno accolto con favore la sua nomina, certi che comunque le politiche americane in materia non possano che migliorare.

Inflessibile sulla sicurezza (favorevole al porto d’armi, alla pena di morte, alla lotta contro il traffico di droga) e aperta sulle questioni etiche (aborto, ricerca, diritti civili, ambiente), gode di un altissimo gradimento non solo in Arizona: alla fine del 2007 è stata considerata una delle otto donne americane che avrebbero potuto aspirare alla Casa Bianca, e l’anno seguente, per la seconda volta nella sua vita veniva data fino all’ultimo come possibile candidato vice-presidente. I detrattori naturalmente non mancano, ma preferiscono puntare sulla vita privata della Napolitano, insinuando insistentemente che dietro il perenne stato di single celi la sua omosessualità e costingendola a dichiarare pubblicamente di non essere lesbica.
Questo è il bagaglio con cui dovrà fare proposte e prendere decisioni per affrontare una questione che è oramai al centro del dibattito politico su entrambe le sponde dell’Atlantico e che le precedenti amministrazioni di Washington hanno finora affrontato con scarso successo. E chissà che non sia proprio lei, questa “dura” dal sangue italiano, nipote di immigrati, a trovare la strada giusta.