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Il centrodestra? Ha trovato un tavolo (e un dialogo) a Farefuturo di Chiara MORONI

Negli ultimi anni le forze politiche dell’area di centrodestra non hanno investito alcun “capitale” politico e culturale nella costruzione di una compagine coesa in grado di contrastare l’avanzata sia delle posizioni schizofreniche dei “grillini”, sia di quelle buone per tutte le stagioni e per tutti i “palati” politici, proprie del Pd renziano.

La formula per il successo di un centrodestra a vocazione maggioritaria non si esaurisce certo nella somma delle forze che si muovono in quell’area, però la storia recente ha dimostrato che la loro unione è accolta con favore e fiducia dagli elettori e, al contempo, disegna una completezza, seppur eterogenea, di proposte e identità. Per queste ragioni oggi sembra più necessario che mai individuare un metodo inclusivo che permetta la formazione di una compagine tanto coesa da risultare capace sia di trovare un accordo su obiettivi politici e programmi di governo, sia di esprimere un leader. Tale metodo non può che prendere le mosse dalla riapertura del dialogo basato sulla fiducia, da un lato, e sull’obiettivo politico e di governo, dall’altro.

In questo quadro – che per il centrodestra mostra al contempo opportunità importanti e criticità potenzialmente letali – il primo elemento di discrimine tra il successo elettorale e il fallimento, è la volontà dei leader e i progetti che si vengono a definire all’interno dei singoli partiti. Ed è proprio a partire da una ricognizione di queste posizioni che la Fondazione FareFuturo ha messo in campo le proprie connaturate capacità dialoganti e di coagulo, organizzando incontri dedicati ai singoli leader delle forze di area, con l’obiettivo di individuare elementi di coesione e accordo, oltre che di volontà di unione elettorale. Continua la lettura →

E se il modello riformista di Bergoglio fosse proprio Benedetto (XVI)? di Fernando Massimo Adonia

C’è inquietudine dentro e fuori le mura leonine. Nubi ben visibili si addensano sui Sacri Palazzi. È dai giorni della rinuncia, infatti, che il nome Ratzinger non rimbalzava con tanta insistenza sugli organi di stampa mondiali. Che sia quello di Joseph o del meno ingombrante George, il fratello a capo del coro della cattedrale di Ratisbona, pare indifferente. Intanto il meme dilaga e con esso i dubbi su questa stagione ecclesiale. Chiaro è che la vicenda dei presunti silenzi sugli altrettanto presunti abusi che le piccole voci avrebbero subito sotto gli occhi del fratello del papa bavarese sia un fatto di per sé notiziabile. Emerito o regnante che sia, quello di Benedetto XVI è un nome che continua a fare tremare le vene ai polsi. Per autorità, ovviamente. Ma anche per ciò che la sua opera continua a rappresentare persino tra i laici. Marcello Pera ne è certo: «È in corso un attacco, la Chiesa è sotto assedio». Per il già presidente del Senato il piano è chiaro: colpire il papa tedesco significa colpire il «bastone della dottrina cattolica».

Ma c’è anche chi, il bastone Ratzinger, lo sta usando per manganellare papa Francesco, il titolare effettivo della cattedra di Pietro. Le parole di commiato di Benedetto XVI per il cardinale Joachim Meisner e, prima ancora, quelle dell’introduzione all’ultimo libro di Robert Sarah, il neo prefetto della congregazione per il Culto divino, sono state strumentalizzate ad arte contro Bergoglio nel tentativo di delegittimarne il ruolo e ed elencarlo tra gli «antipapa». Difficile non pensare che l’inedita convivenza di due papi vestiti di bianco non suscitasse nel tempo bisbigli da comari o suggestioni apocalittiche.
La rappresentazione di una Chiesa divisa lacerata da destra a sinistra, calza però fino a un certo punto. Dopo quattro anni dal primo «buonasera» del papa argentino, c’è tuttavia da fare i conti con un primo risultato mancato: quello cioè che la rivoluzione francescana, al momento, è soltanto abbozzata. L’entusiasmo dei primi mesi e le edulcorazioni da luna di miele, stanno lasciando spazio alla gestione ordinaria del soglio pontificio e a una riflessione più meditata dell’agenda romana. Continua la lettura →

Legge Fiano, ius soli e “agenda Repubblica”: la nuova “dettatura”? – di Antonio Rapisarda

Storicizzare. Fare pace con la storia. Comporre un racconto nazionale, senza omissioni o “parentesi” crociane, nel senso di Benedetto Croce. Dovrebbero essere questi i punti a, b e c di una moderna democrazia che governa una società spigliata e smaliziata se non completamente pacificata. I punti di una comunità che avendo composto architettonicamente alcuni contrafforti, avendo sedimentato nel proprio terreno alcune proprietà nutritive come le historiae, è pronta a tutelare se stessa con quello che si chiama l’idem sentire, con l’ammonizione sociale, non con la repressione delle opinioni, gli spauracchi e la caccia alle streghe.

Ecco, la proposta di Emanuele Fiano sull’introduzione di nuove norme per sanzionare l’apologia di fascismo, è frutto proprio di questi punti mancati ed elusi: del pessimo rapporto che molti italiani hanno con la storia ma soprattutto di un uso politico, arbitrario, elettorale di questa. Fatto ancora più grave, poi, è che la maturazione di alcuni principi fosse più chiara negli anni immediatamente successivi alla guerra che oggi: a un Togliatti che favoriva l’amnistia per i fascisti (quelli che la guerra l’avevano fatta realmente), a uno Stato che difendeva la memoria storica del “fascismo di pietra” (ossia la grande opera di urbanizzazione del Ventennio), corrisponde oggi chi invoca – come il Pd – misure di controllo da psicopolizia orwelliana in assenza, oggettiva, di fascismo e rigurgiti iconoclastici sui momunenti fascisti, come ventilato ancora una volta dal presidente della Camera, Laura Boldrini. Tutto questo nei giorni in cui ad Asmara, la “piccola Roma” in Eritrea, le architetture del regime diventano patrimonio dell’Umanità come stabilito dall’Unesco. Ma tant’è. Continua la lettura →

Centrodestra “modello Amministrative”? Spunti per una ricetta governista – di Federico Cartelli

Le elezioni amministrative hanno premiato, per certi versi in modo inaspettato, il centrodestra. Questa vittoria impone, ora, un cambio di marcia e mette di fronte a nuove responsabilità un’area politica che, negli ultimi anni, non ha certo brillato per coesione e capacità di compattarsi dinanzi ai deliri del grillismo e al vuoto storytelling di Matteo Renzi. Le numerose affermazioni a livello comunale hanno dimostrato che se il centrodestra antepone ai personalismi la creazione un’alternativa programmatica credibile e, non di meno, la selezione di candidati autorevoli ancorati al proprio territorio, gli elettori sanno ancora riconoscere la bontà di un’offerta politica. Tuttavia, la politica non è un gioco a somma zero

Per replicare il successo delle amministrative, non basterà semplicemente mettere in fila simboli, nomi, numeri. Che il centrodestra unito – ovvero un fronte più ampio possibile, senza preclusioni per Stefano Parisi e Raffaele Fitto – abbia la vittoria a portata di mano anche alle elezioni nazionali è un dato di fatto: molto più complesso, però, è creare le condizioni necessarie affinché ciò avvenga. La premessa imprescindibile per raggiungere l’obiettivo è ristabilire un clima costruttivo e di fiducia: porre fine alle ambiguità sulle alleanze e sul rapporto con questa maggioranza di governo, e smettere di cercare avversari all’interno dello stesso centrodestra. Gli avversari sono fuori da questo perimetro: sono il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico. Silvio Berlusconi non faccia l’occhiolino a Renzi, e Matteo Salvini non cada nell’errore di rincorrere – quasi per ripicca – Beppe Grillo. E’ evidente il logoramento prodotto da questi egoismi che si traducono spesso in duelli verbali fatti di dichiarazioni al veleno; ed ancora più evidente è la cortina di ferro che divide idealmente i popolari dai sovranisti. Il problema, dunque, è come trovare una sintesi tra queste due anime apparentemente inconciliabili. Continua la lettura →

Il Paese sempre più ostaggio dell’ossessione di Renzi per il “particulare” – di Antonio RAPISARDA

Uno dei luoghi comuni della narrazione politica – esploso negli anni della crisi tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini e alimentato poi dalla frammentazione rapida del Pdl – vuole che sia stato il centrodestra il fattore di “destabilizzazione” del sistema politico italiano: ossia che la mancanza di un fronte conservatore con delle regole interne, con una proposta di governo che non coincidesse con gli interessi del suo leader, con l’interesse generale al centro dunque, abbia contribuito pesantamente allo squilibrio e all’impossibilità di una democrazia dell’alternanza compiuta e matura. Tesi, questa, che emergeva – non senza qualche spunto di oggettiva verità – soprattutto nelle analisi erudite di Eugenio Scalfari, nei dossier di Micromega e negli strali dei professori (tra cui Stefano Rodotà) che benedicevano ogni intervento extra-nazionale (dalla Commissione europea alla Bce) pur di liberare il Paese dall’“anomalia” berlusconiana.

Fa specie, ai critici di allora, vedere allora come oggi sia proprio il prodotto ultimo di quell’opposizione a rappresentare l’elemento “perturbante” – per dirla con Freud – dell’intero quadro politico, con esiti che hanno già evidenziato la pericolosa coazione a ripetere gli stessi errori da parte di Matteo Renzi. Già, è il segretario del Pd, oggi, il vero fattore di “stallo” politico del Paese. Più del Movimento 5 Stelle, soggetto che fa della “non vittoria” il proprio orizzonte e che quindi ha bisogno (come è avvenuto alle Europee e adesso alle Amministrative) di stop & go per rendere fluido il meccanismo binario di partito di lotta e di governo. Continua la lettura →

Un anno di Raggi? Indietro tutta. E Roma si scopre ostaggio del “software” – di Antonio RAPISARDA

Se avesse dalla sua un po’ di quella malizia tutta democristiana di un Luigi Di Maio avrebbe detto: «I voti li diamo alla fine». E invece no. Virginia Raggi si è proprio abbonata alla dissociazione tra percezione e realtà, frutto di un’ingenuità che è ormai il suo tratto caratteristico: «Direi un sette e mezzo», ha giudicato così il suo primo anno in Campidoglio. Già l’uso del condizionale – se la volessimo buttare in semiotica – rappresenta un indizio che qualche dubbio attanaglia pure lei. E non potrebbe che essere così se nel giro di soli dodici mesi la “sindaca” grillina è riuscita a dilapidare un credito mai così ampio nella storia di chi ha governato la Capitale.

Dodici mesi di cui ben sei necessari per mettere su una Giunta. Un dato, già questo, sufficiente per comprendere il tasso di improvvisazione che ha stupito persino i detrattori più accaniti, dato che nessuno si sarebbe aspettato l’incapacità di intavolare una squadra di amministratori con cui iniziare un’esperienza che, lo si sapeva almeno diversi mesi prima della vittoria, avrebbe avuto tutti i riflettori (anche quelli internazionali) puntati sopra. E invece, dal giorno dopo la vittoria-plebiscito, l’avventura Raggi è partita con assessori annunciati e scaricati davanti la porta (Andrea Lo Cicero), con il caos del capo di Gabinetto (Carla Raineri) e poi con le dimissioni dell’assessorre al Bilancio (Marcello Minenna), con le dimissioni di assessori indagati (Paola Muraro) e poi ancora con altre dimissioni (Paolo Berdini).

Già questo basterebbe per identificare un’amministrazione tutta ripiegata sui meccanismi interni, sulle faide che hanno messo l’uno contro l’altro i clan di un arcipelato grillino balcanizzato come un partito della Prima repubblica (ma senza disciplina). Il caso più grave, però, doveva ancora arrivare: la frantumazione – tra denunce, indagini e arresti – del “Raggio magico”, la war room della sindaca che ha mostrato, con la sua esplosione, alcuni vizi endemici alle amministrazioni (carriere interne con balzi in avanti da “casta”) di cui nemmeno gli apostoli “dell’o-ne-stà” si sono dimostrati immuni, ma soprattutto l’essersi dovuti affidare a un “faccendiere” come Raffaele Marra, espressione dell’opacità di chi si alimenta “della” Pubblica amministrazione, finito agli arresti e – da ex braccio destro di Virginia scaricato con l’ingenuità di cui sopra – candidato a trascinarla nel baratro, qualora il primo cittadino dovesse essere rinviato a giudizio e da qui aprire un vero e proprio caso di coscienza-politico nel Movimento. Continua la lettura →