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Un anno di Raggi? Indietro tutta. E Roma si scopre ostaggio del “software” – di Antonio RAPISARDA

Se avesse dalla sua un po’ di quella malizia tutta democristiana di un Luigi Di Maio avrebbe detto: «I voti li diamo alla fine». E invece no. Virginia Raggi si è proprio abbonata alla dissociazione tra percezione e realtà, frutto di un’ingenuità che è ormai il suo tratto caratteristico: «Direi un sette e mezzo», ha giudicato così il suo primo anno in Campidoglio. Già l’uso del condizionale – se la volessimo buttare in semiotica – rappresenta un indizio che qualche dubbio attanaglia pure lei. E non potrebbe che essere così se nel giro di soli dodici mesi la “sindaca” grillina è riuscita a dilapidare un credito mai così ampio nella storia di chi ha governato la Capitale.

Dodici mesi di cui ben sei necessari per mettere su una Giunta. Un dato, già questo, sufficiente per comprendere il tasso di improvvisazione che ha stupito persino i detrattori più accaniti, dato che nessuno si sarebbe aspettato l’incapacità di intavolare una squadra di amministratori con cui iniziare un’esperienza che, lo si sapeva almeno diversi mesi prima della vittoria, avrebbe avuto tutti i riflettori (anche quelli internazionali) puntati sopra. E invece, dal giorno dopo la vittoria-plebiscito, l’avventura Raggi è partita con assessori annunciati e scaricati davanti la porta (Andrea Lo Cicero), con il caos del capo di Gabinetto (Carla Raineri) e poi con le dimissioni dell’assessorre al Bilancio (Marcello Minenna), con le dimissioni di assessori indagati (Paola Muraro) e poi ancora con altre dimissioni (Paolo Berdini).

Già questo basterebbe per identificare un’amministrazione tutta ripiegata sui meccanismi interni, sulle faide che hanno messo l’uno contro l’altro i clan di un arcipelato grillino balcanizzato come un partito della Prima repubblica (ma senza disciplina). Il caso più grave, però, doveva ancora arrivare: la frantumazione – tra denunce, indagini e arresti – del “Raggio magico”, la war room della sindaca che ha mostrato, con la sua esplosione, alcuni vizi endemici alle amministrazioni (carriere interne con balzi in avanti da “casta”) di cui nemmeno gli apostoli “dell’o-ne-stà” si sono dimostrati immuni, ma soprattutto l’essersi dovuti affidare a un “faccendiere” come Raffaele Marra, espressione dell’opacità di chi si alimenta “della” Pubblica amministrazione, finito agli arresti e – da ex braccio destro di Virginia scaricato con l’ingenuità di cui sopra – candidato a trascinarla nel baratro, qualora il primo cittadino dovesse essere rinviato a giudizio e da qui aprire un vero e proprio caso di coscienza-politico nel Movimento. Continua la lettura →

Nello Musumeci “presidente”? La start up del centrodestra per le Politiche – di Fernando Massimo Adonia

E se fosse Nello Musumeci l’uomo capace non solo di riunire il centrodestra in Sicilia ma di tirare la volata alla coalizione in vista delle Politiche? In fondo, e lo si è visto anche alle ultime Amministrative, dove il vecchio Polo sa fare quadrato, i risultati sono a portata di mano. Lo dice l’alto numero di candidati sindaco approdati al ballottaggio. Lo dicono i sondaggi. Lo dice persino il buon senso: che da solo non guasta. L’ultimo passaggio amministrativo, che ha visto riassestare il Paese verso un più classico bipolarismo, ricalibrando di fatto le velleità dei Cinque Stelle nella corsa per Palazzo Chigi, consegna l’ennesimo ripasso di una lezione che dovrebbe essere già metabolizzata da tempo e a tutte le latitudini: esiste una vasta area elettorale, seppur silenziosa, che non si riconosce affatto nelle ricette del Partito democratico e nei sorrisi di Matteo Renzi. Il caso Genova ha dimostrato che il cosiddetto “modello Toti” funziona e bene. Ancora più netto è l’esempio veronese: dove il centrodestra ha dato prova di saper governare – l’esperienza di Luca Zaia è in tal senso significativa – non c’è spazio per improbabili fughe al centro.

Il difficile è semmai proiettare queste due formule prima nell’Isola e poi su tutto il territorio nazionale. Sì, perché il primo scoglio da superare è proprio quello siciliano. Il centrodestra deve ridare forma e determinazione alla coalizione e irrobustirla con una buona dose di coerenza strategica. Se la tornata di giugno ha fatto emergere come l’ex Polo gode di buona salute anche in piazze storicamente rosse della Toscana e dell’Emilia, in quel di Palermo si è manifestato un fattore anomalo e del tutto autodistruttivo. Ovvero duplice la tentazione assai cervellotica di non metterci la faccia e di lasciarsi affascinare dalle suggestioni quasi mistiche suscitate dal ritorno in campo degli “impresentabili”. La scorciatoia di sostenere l’ex Pd Fabrizio Ferrandelli alla carica di primo cittadino, con tanto di benedizione personale di Totò Cuffaro, ha prodotto soltanto la quinta elezione di Leoluca Orlanda e lo spacchettamento della coalizione su candidati risultati inaffidabili. Roba che peggio di così non poteva andare. Continua la lettura →

Dopo lo stop al Fianum ecco come (e dove) avanza il virus del “Nichilistellum” di Antonio RAPISARDA

È il “Nichilistellum”, la gara alla rinuncia, il vincitore morale e politico di questa folle primavera di “amorosi intenti” franati – senza troppi rimpianti dall’azionista di maggioranza – alla prima litigata ufficiale. O alla prima scusa. L’emandamento Biancofiore, una norma di buon senso e di giustizia nei confronti degli italiani dell’Alto Adige (con un Pd sotto ricatto da parte dei tipi del Sudtiroler Volkspartei), ha solo dato un comodo appiglio a chi, come hanno confessato a chi scrive diversi parlamentari in queste ore, avrebbe messo comunque a repentaglio il Tedescum sulle questioni centrali: preferenze e voto disgiunto su tutto. Ossia due punti che avrebbero reso la riforma delle legge elettorale più simile al modello tedesco e più vicina alle reali esigenze del corpo elettorale ma più distante e incontrollabile ai capibastone dell’accordo.

Non è un caso che sia finita con un nulla di fatto che riporta la pedina della riforma un’altra volta al punto di partenza, in un gioco dell’oca che sta pericolosamente avanzando fino alla dead line di dicembre. Data nella quale toccherà al Capo dello Stato Sergio Mattarella, nel caso, intervenire invitando il governo ad attuare per decreto quella “armonizzazione” delle due leggi varate dalla Consulta: ciò significherebbe un’autosconfessione del ruolo del Parlamento mai vista, per lo meno in queste dimensioni e in questa “trasversalità”, nella storia repubblicana. Continua la lettura →

Il “Tedeschellum” mette d’accordo Renzi, Cav e Grillo? Arriva il governo di minoranza 2.0

Il “Tedeschellum” mette d’accordo Renzi, Cav e Grillo? Arriva il governo di minoranza 2.0

di Antonio RAPISARDA

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Se gli analisti intravedono come in Europa starebbe avanzando un po’ ovunque il cosiddetto “modello Macron”, ossia un processo di composizione verso il centro nato come offensiva di sistema contro il “terzo polo”, incarnato dalle forze populiste che insediano il bipolarismo, che cosa accade rispetto proprio a tale scenario nella “provincia” italiana? Accade che qui il cosiddetto tripolarismo – o meglio, alcuni interpreti di questo – si accorda per mantenere intatte le posizioni e perpetuare così uno scenario “spagnolo” (la non vittoria) più che agognare l’orizzonte della governabilità garantita invece, con tutte le storture del caso, dal sistema francese o dall’impianto maggioritario in generale.

È esattamente ciò che si sta determinando con il dibattito sulla legge elettorale che spinge – sotto pressione di Forza Italia e di Silvio Berlusconi in particolare – su un sistema tedesco rivisto e corretto in modo tale da rendere non determinante la vittoria relativa all’uninominale per comporre una maggioranza. Un’ipotesi, questa, che prevede – caso unico in Europa – il ricorso ex ante a una “grande coalizione”: eventualità che, secondo certa lettura mainstream, si presenterebbe per frenare la corsa dei populismi, rappresentati qui dal Movimento 5 Stelle ma anche da Lega Nord e Fratelli d’Italia. In realtà, invece, tutto ciò maschera, eppure male, l’intima debolezza delle pur personalizzate leadership di questa prima fase di Terza Repubblica. Continua la lettura →

G7 Taormina, tra vecchie liturgie e (troppe) fratture: un fallimento annunciato. Il Focus di Charta minuta di FEDERICO CARTELLI

G7 Taormina: un fallimento annunciato, e non c’è da sorprendersi. Il documento finale – tradottosi in un’infelice opera di equilibrismo lessicale – rispecchia l’attuale incapacità, da parte di quelle che dovrebbero essere le potenze occidentali, di trovare una sintesi vincente dei propri egoismi. E nonostante la superficiale chiave di lettura proposta dalla maggior parte dei media italiani, che indicano – ovviamente – in Donald Trump il principale colpevole dell’impasse, un’analisi più attenta mostra una scacchiera diplomatica dove l’Occidente non riesce davvero, ormai da anni, a giocare la partita in modo unitario.

L’Italia, priva da tempo di una leadership credibile, si è ridotta a giocare un ruolo meramente cerimoniale, limitandosi a fornire uno splendido teatro dove i “grandi” del mondo hanno bisticciato come pargoli che Paolo Gentiloni ha provato, con scarsi risultati, a riportare a più miti consigli. Mai come in questa circostanza, il G7 è parso una stanca e inconcludente liturgia, che anziché gettare basi comuni – quanto mai urgenti per affrontare le impegnative sfide del presente e del futuro – ha messo a nudo le linee di frattura non solo fra l’Atlantico e l’Europa e tra l’Europa e l’Estremo Oriente, ma anche all’interno dello stesso Vecchio Continente. Continua la lettura →

Contro il “grande inciucio”? La destra può farcela. È l’ora del Fronte degli italiani – IL FOCUS DI CHARTA MINUTA di Adolfo Urso

La destra italiana è davanti ad un bivio: può finalmente crescere ed affermarsi come protagonista, superando la tagliola del 5 per cento prevista dalla nuova legge elettorale che sembra in procinto di essere approvata. Oppure, potrebbe essere cancellata dal Parlamento, per la prima volta nella storia della Repubblica. Lo sbarramento al 5 per cento è infatti difficile da superare per molti, a fronte della frantumazione del quadro politico che si è realizzato in questa legislatura, ma non per la destra italiana che dispone di una radicamento storico, sociale e culturale ben più ampio e significativo e, nel contempo, di un leader, come Giorgia Meloni, che ha un consenso ben superiore a quanto ancora viene attribuito al partito.

Allo stato attuale quella soglia favorisce solo quattro partiti: Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega Nord. Se Fratelli d’Italia entrasse in Parlamento conseguirebbe un ruolo politico decisivo, ago della bilancia di ogni scelta futura, tanto più in una legislatura che segnerà la nascita della Terza Repubblica. Molto più difficile appare il percorso per le forze a sinistra del Partito democratico, lacerate e divise e senza una leadership chiara e consacrata, e tanto più per le residue forze centriste, frutto di “poltronismo” e di personalismi, senza un vero ruolo politico, schiacciate dall’accordo del nuovo Nazareno. Peraltro, Renzi e Berlusconi hanno lo stesso obiettivo: far fuori tutti coloro che si frappongono tra loro, soprattutto coloro che hanno realizzato le scissioni che sia Renzi che Berlusconi hanno subito in questi anni, per poi realizzare il “loro” governo di coalizione: Renzi versus D’Alema&Bersani, così come Berlusconi versus Alfano&Verdini. Continua la lettura →